Sono venti i fotografi selezionati nell’ambito del bando REFOCUS. Open call fotografica sul territorio italiano all’epoca del lockdown, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del MiBACT in collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea e Triennale Milano.
I vincitori – Arianna Arcara, Lorenzo Bacci e Flavio Moriniello, , Fabrizio Bellomo, Tomaso Clavarino, Matteo De Mayda, Ilaria di Biagio, Stefan Giftthaler, Filippo Gobbato, Giulia Iacolutti, Guido Lettieri, Stefano Maniero, Guido Montani, Domenico Nardulli, Mattia Paladini, Camilla Piana, Benedetta Ristori, Jacopo Valentini, Cosimo Veneziano, Hugo Weber, Alba Zari – hanno saputo restituire una grande varietà di linguaggi e una lettura sfaccettata, complessa e variegata della società italiana durante i mesi di quarantena.

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La Commissione di valutazione, presieduta da Cinzia Schiraldi, funzionario architetto MiBACT-DGCC, e composta da Matteo Balduzzi, curatore del Museo di Fotografia Contemporanea; Giovanni Fiorentino, studioso di storia, teoria e cultura dei media, presidente della SISF – Società Italiana per lo studio della Fotografia; Francesca Seravalle, curatrice indipendente, docente universitaria; Giovanna Silva, fotografa, docente universitaria e editore, si è riunita il 4 settembre 2020, ha selezionato i 20 progetti tra le 186 candidature pervenute, valutando l’esperienza formativa documentata dal curriculum, la qualità del portfolio, il valore dell’idea progettuale e delle immagini presentate in relazione alle richieste del Bando, dando particolare rilevanza all’originalità della ricerca e all’effettiva realizzazione visiva.

I lavori selezionati andranno a comporre una mostra che sarà ospitata presso Triennale Milano nel corso del 2021 e confluiranno in parte nelle collezioni del MUFOCO a conclusione dell’intero progetto.

La Commissione di valutazione ha motivato così le sue scelte:

  • Arianna Arcara, (senza titolo), per la sensibilità con cui ha saputo affrontare uno dei temi più presenti  nell’immaginario dell’emergenza sanitaria, realizzando una serie di ritratti di medici e infermieri, intensi e privi di retorica.
  • Lorenzo Bacci e Flavio Moriniello, ‘Termodinamica di una singolarità’,  per l’articolato impianto concettuale e per l’approccio sperimentale di una ricerca che utilizza una strumentazione prettamente tecnico/scientifica come la termocamera per indagare il non visibile riuscendo a restituire le sensazioni vissute durante il lockdown.
  • Fabrizio Bellomo, ‘Lo spettacolo deve continuare’, per la lucidità critica con cui indaga il ruolo dei media come generatori di percezione della realtà, attraverso un’approfondita ricerca sui meccanismi di spettacolarizzazione e drammatizzazione di cui la comunicazione si avvale.
  • Tomaso Clavarino, ‘Quarantine Ballad’, per la forza di un’indagine prettamente visiva, secondo le istanze più contemporanee del linguaggio fotografico, che racconta di una condizione intima e introspettiva vissuta in relazione con l’ambiente naturale ed extra-urbano.
  • Matteo De Mayda, ‘Stadio Luigi Ferraris, Genova’, che con grande rigore ha trattato un tema profondamente radicato nella società italiana come quello del calcio. Il lavoro è una sorta di studio sullo stadio ‘Marassi’ che, svuotato delle persone e fotografato come puro elemento architettonico, diventa simbolico della condizione imposta dal lockdown.
  • Ilaria di Biagio, (senza titolo), per aver affrontato con spontaneità e delicatezza il tema dell’isolamento in chiave familiare e autobiografica, nelle campagne, soffermandosi sull’idea di un tempo ritrovato attraverso la cura della natura e dei rapporti con il vicinato.
  • Stefan Giftthaler, (senza titolo), per l’accurata meditazione sul paesaggio urbano quotidiano e sullo scorrere del tempo, attraverso un progetto seriale e concettuale - la ripetizione di uno stesso elemento architettonico visto dalla finestra di casa - che misura una quotidianità dilatata.
  • Filippo Gobbato, ‘Quarantena fiduciaria’, che ha affrontato con il linguaggio classico del reportage un tema sociale delicato, importante e parzialmente rimosso quale la quarantena fiduciaria per i richiedenti asilo nelle strutture d’accoglienza, stimolando riflessioni sulla precarietà della condizione umana.
  • Giulia Iacolutti, ‘Inscape’, per il lavoro in pellicola bianco e nero che mette in relazione, in chiave diaristica e personale, i paesaggi interiori in continua mutazione durante la gravidanza in corso e quelli attraversati nel continuo tragitto tra casa e ospedale.
  • Guido Lettieri, (senza titolo), per l’astrazione grafica cui le immagini tendono, grazie alla fotografia aerea del drone, generando un cortocircuito visivo su specifici spazi di città. I campetti da gioco, normalmente pieni di suoni e persone, sono qui percepiti soltanto come forme, insolitamente spopolati e silenziosi.
  • Stefano Maniero, ‘L'opposto della verità è un'altra verità’, per l’interessante ricerca che si sofferma sul rapporto tra fotografia e testo, esplicitando quanto l’interpretazione delle immagini possa modificarsi a seconda del momento, del contesto di produzione e fruizione, delle informazioni che possediamo per decodificarle.
  • Guido Montani, ‘Home stay home’, che ha documentato la condizione sospesa del lockdown in una grande città come Milano rivolgendo lo sguardo verso le periferie, soffermandosi su spazi e persone spesso ai margini della società con una narrazione antiretorica.
  • Domenico Nardulli, ‘Spazio Libero’, per aver documentato il vuoto generato dal lockdown anche negli spazi fisici della comunicazione di massa urbana, mostrando i billboard rimasti bianchi nelle strade della metropoli che modificano la percezione del paesaggio urbano evocando scenari di crisi economica e sociale.
  • Mattia Paladini, ‘Lockdown in Valle d’Aosta’, attraverso un progetto di ricerca sul paesaggio si è soffermato ad osservare le frontiere della Valle d’Aosta, restituendo immagini di una natura potente e immobile nella sua vastità evocando al tempo stesso le questioni di stretta attualità legate ai confini e alla libera circolazione delle persone durante la pandemia.
  • Camilla Piana, (senza titolo), per lo sguardo familiare con il quale si avvicina agli abitanti del suo palazzo di ringhiera, riscoprendo una quotidianità fatta di lentezza e gesti, sguardi, posture, abitudini e ponendo l’attenzione sui cambiamenti delle idee di comunità e di vicinato indotti dal periodo di isolamento.
  • Benedetta Ristori, (senza titolo), per la coerenza di linguaggio, stilistica e cromatica, con la quale osserva la città e le persone fuori dalla sua finestra, nel trascorrere lento dei giorni di confinamento, alla ricerca di distrazione e contatto tra le persone.
  • Jacopo Valentini, ‘Superlunare’, per l’accurata produzione di immagini esteticamente suggestive, tanto nei paesaggi quanto negli still life, capaci di trasformare un momento preciso del lockdown - le giornate della superluna - in una condizione universale e senza tempo, generando atmosfere misteriose e sospese.
  • Cosimo Veneziano, ‘HAL 9000’, che riflette sul concetto di spazio fisico e virtuale con un progetto semplice e sorprendente, partendo dai paesaggi fruiti durante il lockdown attraverso le webcam sparse sul territorio italiano e approdando a immagini visivamente sorprendenti di fuga dalla realtà.
  • Hugo Weber, ‘…’, per l’autenticità delle immagini che danno vita a un reportage istintivo e drammatico dei mesi di confinamento, dalla quali emergono, con irriverenza e senza filtri di mediazione, i sentimenti più cupi di ansia e paura della morte legati all’emergenza sanitaria.
  • Alba Zari, ‘I am vertical’, per il lavoro di rilettura del suo archivio fotografico familiare come generatore di ricordi e emozioni in continuo cambiamento, con un’indagine visiva autobiografica che misura il tema della memoria nello scarto tra analogico e digitale.
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